20 novembre, 2012

Il giorno in più


Trama:
A Milano Giacomo Pasetti ha un buon lavoro ed è un single convinto. Rimasto senza macchina, per alcuni giorni sull'autobus osserva una ragazza che, infine e in modo inaspettato, fa il primo passo e lo avvicina. Comincia così una storia tra i due destinata ad andare avanti in modo molto movimentato, tra promesse di non assumere impegni e colloqui, appuntamenti, vita comune collocati tra Milano e New York dove lei, Michela, è andata a lavorare. L'ultima richiesta di incontro è affidata ad un biglietto volante che però forse ottiene il risultato previsto.

Scheda:
Titolo originale: Il giorno in più
Nazione: Italia
Anno: 2011
Genere: Commedia
Durata: 112'
Regia: Massimo Venier
Sito ufficiale: http://ilgiornoinpiu.msn.it/
Social network: facebook
Cast: Fabio Volo, Isabella Ragonese, Pietro Ragusa, Stefania Sandrelli, Jack Perry, Roberto Citran, Luciana Littizzetto
Produzione: IBC Movie
Distribuzione: 01 Distribution

Recensione:
[su http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1688]


007 - Skyfall


Trama:
Daniel Craig è tornato a vestire i panni di James Bond 007 in Skyfall, la 23ª avventura del più lungo frachise cinematografico di tutti i tempi. In Skyfall, la lealtà di Bond verso M sarà messa alla prova quando il suo passato verrà a perseguitarla. Quando il MI6 verrà messo sotto assedio 007, dovrà scovare e distruggere la minaccia, non importa a quale costo.

Scheda:
Titolo originale: Skyfall
Nazione: Regno Unito, U.S.A.
Anno: 2012
Genere: Azione, Thriller
Durata: 140'
Regia: Sam Mendes
Sito ufficiale: www.007.com/skyfall
Sito italiano: http://007skyfall.it
Social network: facebook, twitter
Cast: Daniel Craig, Javier Bardem, Ralph Fiennes, Bérénice Marlohe, Naomie Harris, Ben Whishaw, Helen McCrory, Rory Kinear, Albert Finney, Judi Dench
Produzione: Metro-Goldwyn-Mayer, Columbia Pictures, Danjaq, Eon Productions
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia

Orari:
SABATO 24 NOVEMBRE: NO (Perchè ospitiamo uno Spettacolo teatrale)
DOMENICA 25 NOVEMBRE: ore 17,30 – 21,15
LUNEDI’ 26 NOVEMBRE: ore 21,15

Recensione
[tratta da http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1915]

Per festeggiare 50 anni ottimamente portati, nonostante qualche occasionale caduta, l’agente segreto più famoso del cinema si lancia in un’avventura che è tutta un gioco tra presente, passato e futuro, con un tripudio di citazioni dai capitoli precedenti (e non solo dell’era Craig), ma anche da altri “grandi” del cinema, senza farsi mancare più colte citazioni letterarie (una su tutte quella, bellissima, di Tennyson pronunciata imprevedibilmente proprio dalla pochissimo poetica M…).
Curioso pensare che alla fine di questo rutilante “celebrazione” che, come è ormai d’uso nei grandi franchise cinematografici, fa tappa nelle città del nuovo potere economico (qui Istanbul, già vista in Taken 2, ma soprattutto Shangai), il punto di arrivo sia deliziosamente “retrogrado”, con le donne (siano essere di potere, d’azione o “di piacere”) ridotte a morire o a finire dietro una scrivania. Per non parlare del cattivone di turno (un superbo Javier Bardem) con pose da omosessuale che tenta di sedurre (e non solo metaforicamente) Bond e viene da lui signorilmente respinto per riaffermare un machismo “ripensato” che è il portato più evidente di quest’ultima lettura del personaggio, insieme a un reale approfondimento della sua psicologia. Che non tradisce nulla del passato, ma al tempo stesso si porta dietro, come del resto dichiarato dal regista Sam Mendes (American Beauty, Revolutionary Road), quell’aura di “cupezza buona” tipica dei blockbuster di qualità degli ultimi anni (si legga la serie di Batman firmata Nolan, ma anche in qualche modo, aggiungeremmo noi, la saga di Bourne).
Quest’ultima avventura, infatti, da una parte mette a tema apertamente la necessità (vera o fasulla, è da decidere alla fine del film) di un “rinnovamento” (anche a costo di “rottamare” un glorioso passato, se possiamo permetterci questa parola diventata comune nel linguaggio politico), e per questo esibisce nuovi personaggi tutti da scoprire (quelli ottimamente impersonati dal giovane Ben Whishaw, un Q nerd e simpatico, e da Ralph Fiennes, funzionario dal passato misterioso), mescola cyber-terrorismo ad armi vecchia maniera (doppiette, pugnali, ma anche la vecchia gloriosa Aston Martin), ma soprattutto mette in discussione sia l’efficienza di Bond che il discernimento di M.
Ma il film non ha paura di mettere in campo anche un discorso sui “valori”: la lealtà messa alla prova, la fedeltà a un ideale anche di fronte all’estremo sacrificio, la legittimità di quel sacrificio, ritagliando un Bond tridimensionale, anche perché accompagnato da personaggi alla sua altezza. Il che non significa che la pellicola non sia anche un ottimo prodotto di intrattenimento: grande musica (a partire dai titoli “cantati” da Adele sullo sfondo delle solite geniali e suggestive ricerche grafiche a cui 007 ci ha abituato), grande azione ottimamente fotografata, belle donne e belle macchine, ironia pungente e a volte scorretta distribuita a piene mani come solo Bond si può permettere. 
Così si perdonano volentieri certe forzature della trama, qualche passaggio che forse non terrebbe a una stretta logica, ma che per noi spettatori fa solo parte di quel mondo senza tempo (ma non per questo fuori dal tempo) in cui bene e male, benché sempre ricchi di sfumature (quelle ombre di cui parla M), possono essere chiamati con il loro nome e l’ideale, rievocato dal Tennyson di cui sopra, riesce a conquistare anche l’anima dei più spietati pragmatici.

Luisa Cotta Ramosino

Sorridendo su... 007 
[Tratta dall'ACEC: Associazione Cattolica Esercenti Cinema
http://www.saledellacomunita.it/sale_della_comunita/tutte_le_vignette/00003889_Sorridendo_su_007.html]



13 novembre, 2012

Le nevi del kilimangiaro


Trama:
A Marsiglia, oggi. I nomi degli operai da licenziare sono stati estratti a sorte e Michel, rappresentante sindacale incaricato dell'operazione, ha inserito e sorteggiato anche il proprio. Senza lavoro, Michel è però felice accanto a Marie Claire, con la quale festeggia trenta anni di matrimonio, ai figli e ai nipoti. Una sera due uomini mascherati irrompono nella loro casa, legano i presenti, li derubano di tutto. Incredulo di fronte a questo episodio, Michel lo è anche di più quando scopre che uno dei malviventi è un ventenne, ex collega, anch'egli licenziato. D'istinto Michello lo denuncia, poi conosce meglio la sua situazione, sa che ormai non può evitargli una condanna e, d'intesa con la moglie, si adopra per rendere meno gravosa la pena che dovrà scontare.

Scheda:
Titolo originale: Les Neiges du Kilimandjaro
Nazione: Francia
Anno: 2011
Genere: Drammatico
Durata: 90'
Regia: Robert Guédiguian
Sito ufficiale: diaphana.fr/film/les-neiges-du-kilimandjaro
Sito italiano: www.sacherdistribuzione.it/nevi_kilimangiaro.html
Cast: Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Grégoire Leprince-Ringuet, Anaïs Demoustier, Robinson Stévenin, Adrien Jolivet, Karole Rocher, Jacques Boudet, Gérard Meylan
Produzione: Agat Films & Cie, Ex Nihilo
Distribuzione: Sacher Distribuzione
Data di uscita: Cannes 2011
02 Dicembre 2011 (cinema)

Recensione:
[tratta da http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1692]
L’inizio è folgorante: siamo al porto di Marsiglia, e un sindacalista estrae da un’urna dei nomi; venti uomini, che capiamo subito essere altrettanti licenziati. Tra questi lo stesso sindacalista, Michel, che non ha voluto approfittare della situazione e ha voluto rischiare il posto come gli altri compagni. Triste, ma circondato dall’affetto di moglie, figli e nipoti, Michel festeggia con l’amata Claire i trent’anni di matrimonio: e si vede che si amano davvero teneramente, e festeggiano volentieri la loro unione davanti a parenti, amici e colleghi (tra cui i 19 licenziati, ma alcuni conosciuti da Michel a mala pena). Il regalo di figli e amici è una cassetta piena di soldi per un viaggio in Africa (da qui il titolo del film, che riprende il titolo della canzone di Pascal Danel che fa da leitmotiv): soldi che fanno gola a qualcuno, che irrompe a casa loro mentre sono a cena con la sorella di lei e suo marito, amico fraterno di Michel. Picchiati e umiliati, senza i soldi dell’agognato viaggio, Michel e Claire sono abbattuti. Ma il peggio deve ancora venire, quando Michel – militante vecchio stampo, cresciuto nel mito del martire socialista Jean Jaurès – scopre che uno dei due ladri è uno dei licenziati; che oltre tutto è un bravo ragazzo, che tira su i fratelli piccoli abbandonati dai genitori. Ormai la denuncia però è partita. Il senso di colpa inizia a tormentare i due coniugi…
Con Le nevi del Kilimangiaro (incredibilmente piazzato fuori dal concorso principale a Cannes 2011) Robert Guédiguian torna sui luoghi dei suoi film più noti (Marjus e Jeannette, La ville est tranquille, Marie-Jo e i suoi due amori) in cui canta la povera gente di Marsiglia, come un Ken Loach francese e ancora più arrabbiato, per quanto anche lui alterni dramma e commedia con abilità. Dopo alcuni film di diverso taglio (tra cui Le passeggiate al Campo di Marte su François Mitterand), torna appunto ai temi più cari, del lavoro e dell’appartenenza politica spesso tormentata. E stavolta centra il suo capolavoro, con questo film ispirato al poema di Victor Hugo Les pauvres gens; grazie anche ad attori bravissimi, dalla personale “musa” Ariane Ascaride all’ottimo Jean-Pierre Darroussin, a Gérard Meylan già visto altre volte nella sua filmografia; e grazie a un taglio meno schematico e ideologico di altre volte.
Sono tanti i cambi di direzione di un film che sembra partire dal dramma della perdita del lavoro ma poi si orienta sulle perdite di certezze: per Michel e Claire, come per la sorella sotto choc e il cognato arrabbiato, quell’irruzione di due ladruncoli è un bivio, davanti al quale decidere che fare della loro vita. Nutrire sentimenti di vendetta o perdonare? Agitare un paternalismo per un ragazzo che, in prigione, rischia una condanna a 15 anni eppure non solo non si scusa ma provoca e sbraita la sua rabbia verso “compagni” ormai imborghesiti? Vivere nel senso di colpa perché, pur in difficoltà, sono più garantiti di poveri veri, giovani e senza garanzie (“abbiamo combattuto anche per loro e ci odiano perché abbiamo un auto e una casa”)? Ci sono spunti buoni anche per l’attualità, in una crisi che attanaglia l’Europa e l’Occidente da anni e su una sinistra in cerca di soluzioni per contraddizioni sempre più gravi e drammatiche. Ma il cuore del film è nella reazione che scatta di fronte ai due fratellini del ladro, abbandonati da una madre che non vuole essere tale e lasciati soli a se stessi. Quei due bambini sono un pungolo per la coscienza. Impossibile non commuoversi di fronte alle prima timide, poi sempre più certe iniziative di Claire e poi Michel verso di loro; e verso se stessi, come di chi riscopre un cuore che rischiava l’assopimento. 
Il merito di Guédiguian è di evitare retorica e facili scorciatoie: senza voler rovinare la sorpresa di un film che è intessuto di tanti piccoli scarti e colpi di scena, è da sottolineare come il regista francese non rappresenti una realtà edulcorata ma vera, in cui i tentativi anche buoni vengono frustrati, in cui a ogni passo sicuro sembra alternarsi uno più incerto. E il lieto fine che ha infastidito alcuni non è tale. Perché per due amici che capiscono e cambiano sguardo di fronte alla situazione vissuta, ci sono figli che non accettano la generosità imprevedibile e disinteressata di genitori che sembrano alieni. Ma sono tanto più umani di loro. E consapevoli che stare bene nella propria realtà è più vero, e li rende più felici, di una fuga in un viaggio esotico. Soprattutto, il film ci interroga su un fatto tanto evidente quanto misconosciuto: anche dalla crisi può nascere qualcosa di buono, per chi si gioca completamente. Iniziando a scoprire cosa vale davvero, senza temere rivoluzioni nella propria vita.

Antonio Autieri





07 novembre, 2012

Cesare deve morire


Trama:
Roma, oggi. Nel teatro del carcere di Rebibbia si chiude la rappresentazione del Giulio Cesare di Shakespeare. Mentre gli 'attori' rientrano nelle rispettive celle, l'azione torna in flash back a sei mesi prima. Il regista teatrale Fabio Cavalli illustra ai detenuti il progetto della messa in scena del Giulio Cesare. Prima tappa, i provini. Seconda tappa: l'assegnazione dei ruoli. E di questi che nella finzione saranno Cesare, Bruto, Cassio si dice chi sono e a quali pene sono stati condannati. Poi cominciano le prove tra ansia e speranze, e arriva il momento in cui l'interpretazione di un personaggio fittizio si scontra con quello che si è e si è stati nella vita. Rabbia, ripicche, scontri verbali. Poi si va in scena, il pubblico segue con attenzione e alla fine applaude. Ed ecco di nuovo l'inizio con il rientro in cella.

Scheda:
Titolo originale: Cesare deve morire
Nazione: Italia
Anno: 2012
Genere: Documentario
Durata: 76'
Regia: Paolo Taviani, Vittorio Taviani
Sito ufficiale: www.sacherdistribuzione.it/cesare_deve_morire.html
Cast: Cosimo Rega, Salvatore Striano, Giovanni Arcuri, Antonio Frasca
Produzione: Kaos Cinematografica, Rai Cinema
Distribuzione: Sacher Distribuzione
Data di uscita: Berlino 2012
02 Marzo 2012 (cinema)

Recensione:
[tratta da http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1749]

Fresco vincitore dell'Orso d'Oro dal Festival di Berlino, il docufilm dei fratelli Taviani è una pellicola che sorprende e affascina con una vitalità e una rilevanza che sono ormai rare nel cinema italiano.
La messa in scena del Giulio Cesare di Shakespeare all’interno del carcere di Rebibbia ha per interpreti uomini che hanno sulle spalle pene che vanno fino all’ergastolo per delitti di mafia, camorra e similari, ed è raccontata attraverso un intenso bianco e nero che rappresenta una voluta mediazione rispetto al puro naturalismo documentaristico del colore.
Non un semplice documentario, dunque, ma nemmeno un film di finzione, l'esperimento dei Taviani è di quelli che sfidano lo spettatore a fare un incontro simile a quello che ha fatto nascere il progetto. Che è prima di tutto l’incontro dei registi, nel braccio di massima sicurezza del carcere di Rebibbia, con un’esperienza messa in piedi dall’attore Fabio Cavalli, l’incontro con una materia umana dolorosa che è stata punto di partenza per trovare delle verità universali, ma anche per costruire una relazione affettiva con gli interpreti.
Di qui anche la scelta dell’opera da mettere in scena: secondo i Taviani “il Giulio Cesare ha il merito di contenere delle naturali consonanze con le esperienze del carcere: i concetti di potere, tradimento, congiura, omicidio sono parte dell’esperienza dei carcerati (ma anche della nostra), parte del loro dramma così come del dramma dei personaggi di Shakespeare”. 
Un’intuizione da cui sono nati, nel corso delle riprese, intensi rapporti umani, che per altro non fanno venire meno il giudizio su ciò che gli attori improvvisati hanno fatto. Il passato dei carcerati, il loro presente nella situazione drammatica delle carceri italiane di oggi, la prospettiva per il futuro (che per almeno alcuni di loro significa solo e sempre il carcere...) tutto diventa parte di questo lavoro. Il modo di espressione è diretto ed emotivo, soprattutto quando a recitare è un ex carcerato e oggi attore come Salvatore Striano (nel curriculum anche Gomorra e FortApasc), che nel film ha la parte di Bruto.
Non si tratta certamente di un film "facile", e tuttavia la sintesi operata rispetto al testo da rappresentare (di cui però vengono messi in scena alcuni passaggi chiave, quelli più familiari a un pubblico vasto), l'uso dei dialetti da parte degli interpreti, nonché le trovate nella scelta degli ambienti che fanno da sfondo alle varie scene (il cortile dell'ora d'aria, i corridoi e le scale, ma anche le celle con le loro finestre bloccate) rendono dinamica e interessante la costruzione. 
Senza mai cadere nel patetico i Taviani "tirano fuori" la verità dei personaggi Shakespeariani, così come quella dei carcerati e degli ex-carcerati diventati attori, sfidando il pubblico a intrecciare queste verità psicologiche (ma non solo) per trovare la propria personale interpretazione del testo e delle storie individuali.

Luisa Cotta Ramosino

Hotel Transylvania


Trama:
Il Conte Dracula gestisce un raffinato albergo per mostri nella sua Transylvania. Quando, un giorno, Van Helsing, un cacciatore di mostri bussa all'ingresso dell'albergo alla ricerca di una camera, coglie tutti di sorpresa. La sorpresa sarà ancora più grande, però, quando Van Helsing si innamora della figlia di Dracula, Mavis, che lo ricambia infrangendo il codice etico dei mostri. Quando i due ragazzi scoprono di essere "nemici" faranno di tutto per portare la pace fra i loro due mondi e poter, cos', vivere il loro amore serenamente...

Scheda:
Titolo originale: Hotel Transylvania
Nazione: U.S.A.
Anno: 2012
Genere: Animazione
Durata: 91'
Regia: Genndy Tartakovsky
Sito ufficiale: www.welcometohotelt.com
Cast (voci): Adam Sandler, Selena Gomez, Andy Samberg, Steve Buscemi, Kevin James, David Spade, Fran Drescher, Jon Lovitz, Molly Shannon, Cee-Lo Green, David Koechner
Produzione: Sony Pictures Animation
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Data di uscita: 08 Novembre 2012 (cinema)

Orari:
SABATO 10 NOVEMBRE: ore 17,45 - 21,15
DOMENICA 11 NOVEMBRE: ore 17,30 – 21,15
LUNEDI’ 12 NOVEMBRE:         ore 21,15

31 ottobre, 2012

Gladiatori di Roma


Trama:
Roma Imperiale. Rimasto orfano in seguito alla terribile eruzione di Pompei, il piccolo Timo viene adottato dal generale Chirone e cresciuto nell'Accademia di Gladiatori più famosa di Roma. Inizia così la storia di un grande eroe? Nemmeno per sogno, la vita da gladiatore non fa proprio per Timo, la cui unica aspirazione è spassarsela con gli amici Ciccius e Mauritius, sfuggendo alle bizzarre sessioni di allenamento del suo patrigno! Ma quando incontra la dolcissima Lucilla, Timo vuole dare una svolta alla propria vita per dimostrare tutto il valore che finora non ha mai avuto. Fra stregonerie, pazze scorribande nel bosco e i terribili addestramenti di una personal trainer (a dir poco ammaliante), l'impresa di Timo sarà quella di trasformarsi nel più grande gladiatore di tutti i tempi. E se a Roma si dice che "la Fortuna aiuta gli audaci"… per Timo si prevedono tempi durissimi!

Scheda:
Titolo originale: Gladiatori di Roma
Nazione: Italia
Anno: 2012
Genere: Animazione
Durata: 95'
Regia: Iginio Straffi
Sito ufficiale: www.gladiatorsofrome.com
Cast (voce): Julianne Hough, Luca Argentero, Laura Chiatti, Belen Rodriguez
Produzione: Rainbow S.r.l
Distribuzione: Medusa

Orari:
DOMENICA 4 NOVEMBRE: ore 17,30

Recensione:
[la potete leggere a questo indirizzo http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1911]

30 ottobre, 2012

Tutti i santi giorni

Trama:
Due protagonisti oggi ad Acilia, quartiere periferico di Roma. Guido, carattere riservato con una passione per la cultura latina classica, che avrebbe potuto aprirgli una bella carriera accademica, ha invece rinunciato per fare il portiere di notte in un grande albergo. Antonia è irrequieta, fin troppo vivace, appassionata di canzoni. Quando Guido torna a casa, lei esce e va al lavoro in un autonoleggio all'aeroporto. La sera canta in piccoli locali brani da lei stessa composti in lingua inglese. In queste occasioni il pubblico è volgare, distratto, rumoroso. Guido chiede rispetto ma va afinire male tra pugni e botte. Niente di grave, perché Guido e Antonia si amano.Quando il pensiero di avare un figlio si fa in loro più pressante, comincia qualche preoccupazione. Fanno ricorso ai medici: un ginecologo cattolico viene respinto con sufficienza da Antonia; in un ospedale pubblico la dottoressa è 'simpatica' ma i risultati non cambiano. Il dolore per una gravidanza che non arriva non attenua il loro affetto, anzi forse li induce a rafforzare il legame.

Scheda:

Titolo originale: Tutti i santi giorni
Nazione: Italia
Anno: 2012
Genere: Commedia
Durata: 102'
Regia: Paolo Virzì
Sito ufficiale: http://tuttiisantigiorni.libero.it
Cast: Micol Azzurro, Thony, Luca Marinelli, Katie McGovern, Fabio Gismondi, Robin Mugnaini, Donatella Barzini
Produzione: Motorino Amaranto
Distribuzione: 01 Distribution

Orari:
SABATO 3 NOVEMBRE: ore 21,15
DOMENICA 4 NOVEMBRE: ore 17,30 – 21,15
LUNEDI’ 5 NOVEMBRE: ore 21,15

Recensione:
[tratta da http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1891]

Guido e Antonia sono diversi e innamoratissimi: lui colto, timido, gentile; lei ignorante, permalosa, irascibile. Convivono da un po’ e, pur nella loro precarietà (lui lavora come portiere di notte in un albergo, lei in un’agenzia di noleggio auto, si incrociano solo di mattina presto, la casa è piccolissima) vorrebbero “fare” un figlio. Perché si amano, alla follia. Ma il figlio non arriva. E invece arrivano problemi, tensioni, equivoci, che mettono a rischio il loro amore.
Non è scontato e immediato entrare in sintonia, a causa di situazioni fin troppo sopra le righe che a tratti potrebbero infastidire, con il nuovo film di Paolo Virzì, liberamente ispirato al romanzo La generazione di Simone Lenzi, che ha collaborato alla sceneggiatura con lo stesso Virzì e con il suo fidato storico cosceneggiatore Francesco Bruni (che ha esordito nella regia con Scialla!). Il
regista livornese sembra tornare sui passi consueti: da vent’anni ormai propone le sue storie di personaggi fuori posto e vitalissimi, scostumati e sopra le righe ma sempre con un grande cuore: a volte con esiti più felici (Ferie d’agosto e La prima cosa bella, ma il suo miglior film rimane Ovosodo, 1997), a volte con buone idee che si fermano a metà strada (Baci e abbracci, My name is Tanino, Tutta la vita davanti). Ma l’autore livornese disegna sempre personaggi, soprattutto giovani, che fanno simpatia, grazie anche alla grande capacità di valorizzare gli attori. Qui trova nel giovane Luca Marinelli (apprezzato in La solitudine dei numeri primi) e nell’esordiente Thony (una cantante siciliana scovata su Internet, che porta in dote al film anche il suo talento musicale) una coppia fresca e convincente, che rende credibile una divertente, incasinata e tenera storia d’amore dei nostri giorni.
Per questo gli si perdona volentieri qualche personaggio meno definito (i rozzi vicini di casa e i loro amici), qualche situazione un po’ scontata, qualche volgarità di linguaggio e di gag (come le solite situazioni nella clinica per uomini che temono di essere sterili). E non solo per i tanti ritratti gustosi (le famiglie, così diverse, di lei e di lui) e le non poche battute riuscite. Ma soprattutto quando, dopo una sbandata di Antonia che ritrova un suo vecchio compagno di musica e di vita (un cantante punk velleitario e dall’esistenza a dir poco disordinata) si capisce dove va a parare la storia di Guido e Antonia. Non in un vicolo cieco: anzi, in una promessa che – in un finale molto bello – invera la prima intuizione di un classico colpo di fulmine (che bello quel flashback che mostra il loro primo incontro), e tiene dentro errori e limiti. E non è poco sentire, in tempi di presunta autonomia individuale, una ragazza che dice «stammi vicino sempre, perché non ce la faccio».

Antonio Autieri





23 ottobre, 2012

L’Arte di Vincere


Trama:
Il film è basato sulla storia vera di Billy Beane (Brad Pitt). All'inizio della carriera, la sua aspirazione era quella di diventare un eroe del baseball ma, dopo numerose delusioni e fallimenti sul campo, Beane decide di rivolgere la sua forte natura competitiva al management. Durante la stagione 2002, Billy si trova ad affrontare una difficilissima situazione: la sua squadra, la Oakland A's ha perso (nuovamente) i giocatori migliori che passano a club più importanti dietro offerta di salari enormi: Billy è costretto, quindi, a ricostruire la sua squadra avendo a disposizione un terzo della busta paga per i suoi giocatori.
Deciso a vincere, Billy cerca di cambiare il sistema e sfida le regole fondamentali del gioco. Cerca la soluzione al di fuori del mondo del baseball, studia le teorie ormai abbandonate di Bill James e ingaggia Peter Brand (Jonah Hill), un intelligente economista "macina-numeri" che ha studiato a Yale. I due mettono insieme saggezza e volontà di esaminare ogni dettaglio grazie ad analisi statistiche computerizzate ignorate completamente dalle organizzazioni del baseball. Così facendo, arrivano a conclusioni che sfidano ogni tipo di immaginazione e ricercano giocatori dimenticati dal mondo del baseball o perché troppo strani, o perché venivano considerati già vecchi, o avevano subito infortuni o avevano creato troppi problemi. Nonostante tali caratteristiche, però, questi ragazzi possiedono ancora grosse capacità sottovalutate dagli altri. Mentre Billy e Peter continuano sulla loro strada, i loro metodi nuovi irritano la vecchia guardia, i media, i tifosi e il loro allenatore (Philip Seymour Hoffman), che si rifiuta di collaborare con loro. In definitiva questo esperimento porterà non solo ad un cambiamento del modo in cui si svolge il gioco, ma, anche, ad un risultato che darà a Billy una nuova consapevolezza che trascende il gioco e lo trascinerà in altre situazioni ...

Scheda:
Titolo originale: Moneyball
Nazione: U.S.A.
Anno: 2011
Genere: Biografico, Drammatico, Sportivo
Durata: 133'
Regia: Bennett Miller
Sito ufficiale: http://www.moneyball-movie.com/
Cast: Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman, Robin Wright, Chris Pratt
Produzione: Film Rites, Michael De Luca Productions, Scott Rudin Productions, Specialty Films (II)
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Data di uscita: 27 Gennaio 2012 (cinema)

Recensione
[tratta da http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1719]

Continuando nel percorso di crescita artistica degli ultimi anni, Brad Pitt dimostra film dopo film che non è più solo il divo capace di far innamorare legioni di spettatrici e di attirare lettrici di rotocalchi con le sue vicende personali. Dopo la superba prova in The Tree of Life, in Moneyball – rititolato per l’Italia L’arte di vincere – cesella forse la sua interpretazione più bella e sentita, che gli ha regalato una nomination all’Oscar. D’altronde il personaggio di Billy Beane, manager di una squadra di baseball, è di quelli in cui ogni grande attore americano vorrebbe cimentarsi. E si giova di una sceneggiatura perfetta (scritta da Aaron Sorkin, talentuoso autore dello script di The social network, insieme a Steven Zaillian), con dialoghi formidabili. Se si aggiunge un cast di prim’ordine, con attori non tutti famosi ma ispirati e affiatati (da citare almeno Philip Seymour Hoffman e il giovane Jonah Hill), ne viene fuori un piccolo ma intelligente e apprezzabilissimo film, caratterizzato dallo di stile nervoso e intenso della regia di Bennett Miller (che esordì in Truman Capote – A sangue freddo).
Gli Oakland Athletics sono la Cenerentola della Major League, il maggiore campionato di baseball americano. Billy Beane si trova ad affrontare la crisi della squadra, cui società più ricche e potenti portano via campioni e talenti, e dal fatto che il proprietario non è disposto a investire ulteriormente. La sua vita privata non va meglio: separato dalla moglie, che vive con un altro uomo, vede poco la figlia; e di questo soffre molto (che bella la scena in cui lui si commuove per la figlia che canta). 
La scossa, professionale e personale, arriva quando Billy incontra il giovane Peter Brand, maniaco della statistica applicata alle performance sportive: il manager, dalle intuizioni geniali e dal brutto carattere, lo impone in società di fronte a collaboratori vecchi, pigri e indolenti che ironizzano su quel ragazzone timido e intelligente, in cui Billy vede un grande potenziale. Come sa trovarlo in giocatori poco famosi (e poco costosi) su cui decide di puntare, comprandoli per pochi dollari e facendoli sentire importanti nella propria squadra. È questo il talento di Billy Beane: valorizzare quel che per altri è uno scarto, stimolare le capacità (anche bruscamente) di giovani promesse, dare una seconda possibilità. Ma per chi non accetta la sua sfrenata tensione al miglioramento, si apre velocemente e senza complimenti la porta dell’uscita. Rivoltando di continuo la squadra e raddrizzando i conti della società, Beane butta sul tavolo la sua capacità di affascinare il prossimo e di educare e far sviluppare il talento (che divertimento c’è a comprare un campione già pronto?), ma anche la sua abilità di bluffare nelle trattative di mercato. In questo modo, una squadra di perdenti inizia a inanellare successi e risalire la classifica dall’ultimo posto alle prime posizioni. E dopo un record incredibile di venti vittorie di fila, per gli Oakland Athletics si avvicina l’ipotesi di vincere un impossibile titolo di campione nazionale della stagione 2002…
Storia vera di un personaggio diventato famoso negli Usa come nel calcio europeo possono essere Josè Mourinho o l’inglese Brian Clough (allenatore inglese immortalato nel bel film Il maledetto United), L’arte di vincere non è solo un film sullo sport (si vede poco baseball, ed è una scelta azzeccata), se non come ambito in cui si impara a vincere e a perdere, quindi a vivere. È la storia di un uomo perennemente sul ciglio del burrone, roso da inquietudini e ossessioni (c’entra anche il suo passato, di grande talento che si perse per strada: un sogno diventato un incubo), sofferenze e scatti d’ira (memorabile una sfuriata ai giocatori dopo una sconfitta, negli spogliatoi), ma incapace di arrendersi di fronte alle difficoltà quanto di sentirsi appagato da vittorie che non gli leniscono le ferite dell’anima. Un uomo, in fondo, molto meno cinico di quanto vorrebbe far credere: “È dura non essere romantici col baseball…” afferma Billy/Brad. Una frase che, peraltro, sta bene per qualsiasi sport.

Antonio Autieri










Il comandante e la cicogna



Trama:
Leo è un idraulico che ogni giorno affronta l’impresa di crescere due figli adolescenti, Elia e Maddalena, dividendosi tra il lavoro con l’aiutante cinese Fiorenzo e le incombenze di casa - dove la moglie Teresa, stravagante e affettuosa, compare e scompare. Diana è un’artista sognatrice e squattrinata che - in attesa della grande occasione della sua vita - fatica a pagare l’affitto. Suo proprietario di casa è Amanzio, originale moralizzatore urbano che ha lasciato il lavoro per un nuovo stile di vita e che in una delle sue crociate conosce Elia, con il quale stringe una stramba amicizia. Leo e Diana s’incontrano da Malaffano, un avvocato strafottente e truffaldino. Leo capita nel suo studio quando scopre che la figlia è protagonista suo malgrado di un video erotico su internet, Diana è già da un po’ che passa lì le sue giornate, costretta per necessità economiche ad affrescare una parete, assecondando le ridicole manie di grandezza dell’avvocato.

Scheda:
Titolo originale: Il comandante e la cicogna
Nazione: Italia, Svizzera, Francia
Anno: 2012
Genere: Commedia
Durata: 108'
Regia: Silvio Soldini
Sito ufficiale: corriere.it/ilcomandanteelacicogna
Cast: Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher, Claudia Gerini, Giuseppe Battiston, Luca Zingaretti, Maria Paiato, Michele Maganza, Serena Pinto, Shi Yang, Luca Dirodi, Giselda Volodi, Giuseppe Cederna, Fausto Russo Alesi
Produzione: Lumière & Company, RSI-Radiotelevisione Svizzera, Ventura Film
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia

Orari:
SABATO 27 OTTOBRE: ore 21,15
DOMENICA 28 OTTOBRE: ore 17,30 – 21,15
LUNEDI’ 29 OTTOBRE: ore 21,15

Recensione
[tratta da http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1905]

Leo è un idraulico, che vive con i due figli adolescenti: Maddalena fin troppo esuberante con i ragazzi (e per colpa di uno finirà su Internet mentre fa cose innominabili), Elia goffo e curioso. Per il padre, che lamenta alla moglie (una presenza intermittente, anche se regolare…) di averlo lasciato solo ad affrontare le fatiche della vita, è dura tra problemi pratici e confusione anarchica in cui la casa e i loro rapporti sembrano abbandonati. E lui non è certo uomo d’ordine… Elia fa amicizia con uno strano adulto di nome Amanzio, che si vanta di non lavorare da anni e di campare solo con l’affitto di una casa di proprietà, tira fuori sentenze sagge e scombiccherate al tempo stesso e intanto studia le lingue straniere per poter comunicare con “signorine” di varia nazionalità… Con Amanzio è in difficoltà Diana, artista squattrinata che deve al “filosofico” padrone di casa mesi di affitto arretrato e intanto cerca di farsi pagare per i propri lavori. L’ultimo, da un avvocato spregiudicato. Che a un certo punto avrà bisogno di un onest’uomo come prestanome per un affare losco, a insaputa del prestanome… E chi meglio di Leo, che cerca giusto un avvocato per far cancellare il video della figlia da Internet? In quello studio conosce l’artista Diana, e dovranno far finta per il losco affare – costretti dall’avvocato con modi suadenti – di essere sposati… 
Silvio Soldini torna alla commedia surreale, tra Pane e tulipani e il meno riuscito Agata e la tempesta. Anzi: Il comandante e la cicogna, come sostiene lo stesso regista, è il suo film più surreale, e anche divertente; a tratti si ride molto, e di gusto. I vari personaggi che si incrociano e che finiscono per interagire in modo buffo e a momenti esilarante, sono abbastanza stereotipati ma anche ben disegnati e soprattutto interpretati da attori in gran forma: Valerio Mastandrea, che inanella ottime prove una dopo l’altra, è tenero e impacciato quanto il figlio adolescente (il giovanissimo Luca Dirodi, promettente), Claudia Gerini ha un ruolo piccolo ma sostanzioso, Luca Zingaretti – acconciato come Diego Della Valle – è un avvocato senza scrupoli disegnato con humour e classe, Giuseppe Battiston è un Amanzio dai tempi comici perfetti; ma la vera sorpresa, per quanto la sua bravura sia ormai nota, è la versatilità di un’Alba Rohrwacher che non ha mai avuta una chance comica come in questo caso, e la sfrutta al meglio cancellando dubbi sul suo rischio di cristallizzarsi in una maschera drammatica. 
Sceneggiato da Soldini con Doriana Leondeff e Marco Pettenello, il film è garbato e leggero, forse un po’ troppo (l’impressione di un futile divertissment aleggia a più riprese), ma ha un umorismo che ricorda le atmosfere di certi film di Kaurismaki; in cui una parte importante la rivestono la cicogna del titolo di nome Agostina e un bel viaggio finale in cui si ritrovano vari personaggi. Senza magari dire niente di nuovo e magari peccando di profondità (il rapporto del padre con i figli è un po’ piatto, i dialoghi con la moglie un po’ scontati, la seconda occasione amorosa è molto prevedibile), ma confezionando un buon film di comicità chic, per palati fini. Quel che compromette però in parte l’operazione, e la rende incomprensibilmente e inutilmente pesante, è la cornice con le statue parlanti, tra cui il “comandante” ovvero Giuseppe Garibaldi, che insieme a quella di Giacomo Leopardi, Giuseppe Verdi e di un inventato, odioso “cavalier” Cazzaniga, servono solo a orchestrare una patetica predica sui guasti dell’Italia e sulle disastrate condizioni del Paese (che inciderebbero sui personaggi: ma questo nel film è raccontato con leggerezza). Va bene, l’autore pensa (legittimamente, per carità) che siamo immersi nel marcio e facciamo pure un po’ ribrezzo (le tante scorrettezze, la litigata per un parcheggio). Ma mettere in bocca a Garibaldi che si è pentito di aver unito l’Italia, per favore no… Se al montaggio qualche mano pietosa avesse deciso di eliminare tale cornice posticcia, il film ne avrebbe guadagnato assai. Senza contare che se le vite dei protagonisti – da cui pure trapela il comprensibile disagio per i mali della contemporaneità – si aprivano alla speranza, la statua parlante dell’eroe dei due mondi la richiude subito…

Antonio Autieri






16 ottobre, 2012

Niente da dichiarare


Trama:
Nel 1993, alla nascita della Comunità Europea, per Ruben e Mathias, agenti di dogana sul confine franco-belga, cominciano i veri problemi. I due si detestano e, contro ogni attesa, vengono designati per costituire insieme il primo distaccamento misto incarivato di sorvegliare il territorio. La storia d'amore tra Mathias e Louise, sorella di Ruben, viene tenuta nascosta fin quando Mathias non prende coraggio e dice tutto. Forse le divergenze si appianeranno. Ma intanto sono in arrivo i cinesi...

Scheda:
Titolo originale: Rien à déclarer
Nazione: Francia, Belgio
Anno: 2010
Genere: Commedia
Durata: 107'
Regia: Dany Boon
Sito ufficiale: events.fr.msn.com/cinema/rien-a-declarer
Sito italiano: nientedadichiarare.libero.it
Cast: Benoît Poelvoorde, Dany Boon, Julie Bernard, Karin Viard, François Damiens, Bouli Lanners, Olivier Gourmet, Michel Vuillermoz, Chritel Pedrinelli, Joachim Ledeganck, Philippe Magnan
Produzione: SCOPE Invest, Pathé, Les Productions du Ch'timi, TF1 Films Production, Scope Pictures, Canal+
Distribuzione: Medusa

Recensione
[tratta da http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1633]

Scritto, girato e interpretato da Dany Boon, autore della commedia transalpina sbanca botteghino Giù al Nord, questo nuovo film ha diversi punti in comune con essa, a partire dal tema della scoperta, attraverso l’incontro, dell’altro al di là di pregiudizi storici e miopie.
Ambientata nell’Europa che si accinge a diventare una con l’abolizione delle frontiere, Niente da dichiarare? riesce nell’intento di parlare di un argomento attuale come il razzismo senza diventare predicatoria grazie al doppio atout dell’operazione nostalgia (e peccato per gli spettatori più giovani, che nemmeno si ricorderanno le code alla frontiera per i documenti e le gite oltre confine per la benzina e i prodotti a buon mercato) e della scelta dei protagonisti.
L’attore-regista Dany Boon si sceglie il personaggio, a lui congeniale, del mite doganiere francese innamorato di una bella cioccolataia belga, ma il vero protagonista della storia è Ruben Vandevoorde (interpretato con convinzione e autoironia da Benôit Poelvoorde), belga fierissimo della storia patria e ferocemente antifrancese, pronto a tutto per difendere (ed eventualmente anche allargare con nascoste spedizioni notturne) i confini del “Grande Regno del Belgio”. Un personaggio che farebbe impallidire anche i più folkloristici rappresentanti della Padania ma che, pur esibendosi in esagerate manifestazioni di intolleranza e rappresaglie colorite verso gli odiati vicini, non perde mai una sua amabile umanità.
E fa sorridere che a ricordare le ragioni dell’accoglienza a Vandervoorde sia il suo parroco, che giunge a minacciargli il rifiuto dell’assoluzione e preconizza un blocco alla “dogana del paradiso” per la sua incapacità di amare il proprio prossimo (anche quello francese), e non per convenienza ma per il semplice fatto che è un figlio di Dio come lui. Stesso concetto che con disarmante semplicità esprime anche suo figlio quando, di fronte alle magniloquenti manie “espansioniste” del padre, gli chiede a che paese appartengano le stelle che stanno in cielo. 
Le contese e le punzecchiature franco-belghe (o belgo-francesi…) sono di lunga data e assai popolari oltralpe, ma l’evidente esagerazione dell’odio “razziale” di Vandevoorde nei confronti di vicini che parlano la sua stessa lingua, anche se con un accento diverso (un particolare su cui giocano parecchie gag della pellicola e che nel doppiaggio italiano purtroppo non rendono nello stesso modo) e la storica irrilevanza sullo scacchiere mondiale della sua piccola patria fa sì che l’apologo sulla tolleranza mantenga la sua efficacia senza scadere nel buonismo (una volta superato l’odio antifrancese bisognerà vedere come il belga se la caverà con i nuovi vicini cinesi).
Come in Giù al Nord, la forza della pellicola sta nella simpatia con cui è descritta la comunità del paese che si raccoglie attorno alla dogana: un piccolo mondo per cui l’abolizione delle frontiere, al di là dei trionfalismi della politica, significa la fine di una realtà fino a poco prima immutabile (come il capo doganiere francese che considera l’introduzione di computer e stampante un modo escogitato dal governo per privarlo della carta carbone). 
Un cambiamento che faticano ad accettare ma che, se affrontato insieme anziché divisi, può diventare l’occasione per conquistare qualcosa di nuovo anziché la certezza di perdere il vecchio.

Laura Cotta Ramosino