02 maggio, 2012

Romanzo di una strage


Trama:
Milano, 12 dicembre 1969. Subito dopo l'esplosione alla Banca Nazionale dell'agricoltura di piazza Fontana - che uccide 14 persone (salite a 17) e ne ferisce 88 - le indagini della Questura sono tutte orientate verso la pista anarchica. Il commissario Luigi Calabresi e i suoi superiori, Marcello Guida e Antonino Allegra, sono convinti della matrice anarchica della strage cosi come delle decine di bombe esplose in città negli ultimi mesi.
Fra i fermati c'e Giuseppe Pinelli, un anarchico non-violento che Calabresi stima e sa perfettamente estraneo alla strage. E invece arrestato Pietro Valpreda, un ballerino senza scritture, spesso in contrasto con Pinelli: il colpevole ideale, il mostro riconosciuto dal tassista Rolandi che l'ha accompagnato in banca pochi minuti prima dello scoppio.
Per ottenere da Pinelli la conferma della pericolosità di Valpreda, continuano a trattenerlo oltre i limiti di legge. Dopo 3 giorni di digiuno e insonnia, Pinelli precipita la notte del 15 dalla finestra dell'ufficio di Calabresi. Il commissario non e nella stanza ma - grazie ai goffi tentativi della Questura di giustificare l'accaduto - finisce per essere indentificato come il diretto responsabile.
A Treviso i giudici Pietro Calogero e Giancarlo Stiz - grazie alle rivelazioni di Guido Lorenzon - scoprono una galassia di giovani neonazisti senza partito e senza collare, pronti - di fonte alle lotte studentesche e operaie del '68/'69 - a gesti clamorosi. Pur coperti e infiltrati dai servizi segreti, alcuni di loro hanno lasciato tracce evidenti. Giovanni Ventura e Franco Freda vengono arrestati insieme ad altri complici.
Calabresi continua a indagare sulla strage. Ora dubita della sua matrice anarchica e pensa piuttosto a legami col traffico internazionale d'armi. Segue la nuova pista fino al Carso dove, due giorni prima di essere assassinato, scopre un deposito clandestino d'armi in uso anche ai neonazisti. Il 17 maggio 1972 Calabresi é ucciso sotto casa.

Scheda:

Titolo originale: Romanzo di una strage
Nazione: Italia
Anno: 2012
Genere: Drammatico
Durata: 130'
Regia: Marco Tullio Giordana
Sito ufficiale: www.corriere.it/romanzodiunastrage
Cast: Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino, Michela Cescon, Laura Chiatti, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Giorgio Colangeli
Produzione: Cattleya, Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution

Orari:
Sabato 
 5 mag
no
Domenica 
 6 mag
 17,30 - 21,15
Lunedì 
 7 mag
 21,15


Recensione
[tratta da http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1777]

Marco Tullio Giordana è un regista che ama spesso rievocare pagine della storia italiana. In Maledetti vi amerò era l’inizio del terrorismo, in Pasolini, un delitto italiano il processo sull’omicidio Pasolini, in I cento passi (che lo segnalò come un regista ormai maturo), il delitto di Peppino Impastato da parte della mafia, in La meglio gioventù la storia di alcuni giovani e delle loro speranze nate negli anni 60 e le successive delusioni; infine, in Sanguepazzo, modesto melò con Zingaretti e Bellucci, la tragedia di due divi del cinema anni 40 compromessi col fascismo e uccisi dai partigiani. Ora il suo film forse più complesso e ambizioso, o quanto meno rischioso: in Romanzo di una strage si riapre la ferita di Piazza Fontana, ovvero l’attentato che il 12 dicembre 1969 a Milano fece morire, nella Banca dell’Agricoltura adiacente all’Arcivescovado e a due passi dal Duomo, 17 persone. Ma le vittime innocenti, si dice da tempo, furono 19: pochi giorni dopo, tra i tanti fermati tra i circoli anarchici, c’era il ferroviere Giuseppe Pinelli. Che dopo tre giorni di duro interrogatorio – si voleva sapere da lui se il colpevole fosse il sospettato Pietro Valpreda, che fu poi arrestato e, dopo vari processi, assolto solo dieci anni dopo – volò da una finestra della Questura: suicidio, malore o omicidio dei poliziotti? Se ne parla da 40 anni, anche se tutte le sentenze hanno escluso la terza, e più terribile ipotesi (puntando sul malore) e soprattutto hanno scagionato il commissario Luigi Calabresi, in quel momento non presente nella stanza in cui avvenne il terribile fatto. Nonostante ciò, da allora partì il linciaggio della sinistra contro Calabresi, in particolare di quella extraparlamentare a cominciare da Lotta Continua (ma seguita da ambienti “perbene”, soprattutto tra intellettuali, giornalisti e artisti); fu il commissario, ucciso nel maggio 1972, la 19ma vittima. 
Tutto questo lungo preambolo, a una recensione molto più lunga del normale per un film così complesso, per aprire il primo fronte critico: se Giordana finalmente certifica, da sinistra, l’innocenza di Calabresi (come gli ha riconosciuto il figlio Mario, direttore de La Stampa e autore del bel libro Spingendo la notte più in là), beccandosi per per questo le accuse dei nostalgici della teoria del commissario “torturatore”, dall’altra lascia molto sullo sfondo quel linciaggio, tanto da far pensare a chi non sa che l’omicidio fosse dovuto ai sospetti di Calabresi – che pure c’erano – su un possibile connubio tra neofascisti (Freda e Ventura, la cui colpevolezza emerse anni dopo le assoluzioni, non poterono più essere puniti), servizi segreti deviati e apparati dello Stato dentro il Ministero dell’Interno; con tanto di scoperta dell’esistenza di Gladio (che assurdità…). Quando invece le sentenze definitive, dopo le confessioni nel 1988 del pentito Leonardo Marino, portarono ad attribuire l’omicidio allo stesso Marino e al trio Sofri-Bompressi-Pietrostefani (di cui solo Sofri ha scontato interamente i 22 anni di condanna). Conseguenza di quella devastante campagna d’odio di cui fu fatto oggetto per la morte di Pinelli. Per chi non sa o non ricorda, il quotidiano di Sofri e C. scrisse: «Questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, ed è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito. Qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, che più modestamente di questi nemici del popolo vogliamo la morte...». E ancora:«Sappiamo che l’eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati. Ma è questa, sicuramente, una tappa fondamentale dell’assalto dei proletari contro lo Stato assassino».
Giordana invece, e questo è da apprezzare, non solo è netto sull’innocenza di Calabresi ma lo rappresenta come Pinelli, entrambi vittime innocenti – che pure nel frangente decisivo si trovano a scontrarsi, nonostante si stimassero a vicenda – e anche pedine inconsapevoli di logiche malate all’interno dei rispettivi “gruppi” (elementi deviati nella Polizia e nello Stato, anarchici violenti oltre agli infiltrati neofascisti tra di loro anarchici). E, in un’analisi schiettamente cinematografica, sono due personaggi resi al meglio da Valerio Mastandrea (la vera sorpresa del film, in un ruolo sobrio e mai sopra le righe, anche troppo secondo la vedova Calabresi) e da Pierfrancesco Favino, ancora una volta bravissimo. Ma sono tanti gli interpreti eccellenti: dalle rispettive mogli (bravissima Michela Cescon/Licia Pinelli, misurata Laura Chiatti/Gemma Calabresi), a Fabrizio Gifuni nei panni di Aldo Moro, e poi gli ambigui Giorgio Colangeli e Giorgio Tirabassi, l’onesto magistrato Luigi Lo Cascio, Thomas Trabacchi che fa il giornalista Marco Nozza (tra i più attivi nell’indagare per anni), e altri attori meno noti. Nota deludente, non tanto per l’attore quanto per la sorprendente banalità del tratteggio, è il grande Omero Antonutti che fa un Saragat banale e unidimensionale, e storicamente poco attendibile (ma è la colpa è di Giordana e dei suo cosceneggiatori Stefano Rulli e Sandro Petraglia) 
Non è l’unica pecca del film, anzi: se la rievocazione visiva e narrativa è convincente e riesce a comunicare l’angoscia di un Paese sull’orlo di una guerra civile, che sprofondò pochi anni dopo negli anni di piombo con gruppi terroristici rossi e neri (ma sembra che nel ’68-’69 gli eversori fossero a destra, e invece c’è chi sognava la rivoluzione rossa con metodi violenti), Romanzo di una strage ha molti momenti didascalici, utili per chi non conosce fatti e personaggi ma stucchevoli per un pubblico avvertito;: quando non ridicoli e sommari, come certi riassuntini di momenti storici. In sintesi: affresco riuscito, ma con tanti dettagli poco curati e superficiali.
Ma a lasciare perplessi sono l’accumulo di tesi, giudizi e amnesie irritanti. Se la teoria del doppio attentato (uno di destra, mortale, l’altro anarchico e solo dimostrativo) ha fatto discutere moltissimo, e se in una storia così confusa certi dettagli sono impossibili da decifrare a chi non ha seguito minuziosamente un iter giudiziario così opaco, basta qualche conoscenza storica sommaria per demolire il ritratto come si diceva banale del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, che sembra quasi tentato da una strategia della tensione in virtù del suo viscerale anticomunismo (retaggio forse dell’antipatia per questo coraggioso uomo politico, che nel 1948 salvò l’Italia uscendo dal Partito Socialista filocomunista e alleandosi con il suo Partito Socialdemocratico alla Democrazia Cristiana); possibile liquidare così uno degli statisti principali, e sincero difensore della democrazia, che l’Italia abbia avuto? E anche la figura di Aldo Moro, nonostante la bravura “mimetica” di Gifuni, è viziata da troppo “senno di poi” (il futuro martire delle BR sembra già consapevole della propria futura tragedia). Soprattutto, Moro – qui visto quasi come un “progressista”, quando la “contestazione” del ’68 lo dipingeva come acerrimo nemico – è rappresentato come un politico un uomo alle soglie della disperazione, che auspica confusamente un’apocalisse italiana per ripartire da zero. Del suo reale pensiero e della sua fede cristiana, manco a dirlo, nemmeno un accenno.

Antonio Autieri


24 aprile, 2012

Magnifica presenza


Trama:
Pietro ha 28 anni, arriva a Roma dalla Sicilia con un unico grande sogno: fare l’attore! Tra un provino e l’altro sbarca il lunario sfornando cornetti tutte le notti. E’ un ragazzo timido, solitario e l’unica confusionaria compagnia è quella della cugina Maria, apprendista avvocato dalla vita sentimentale troppo piena. Dividono provvisoriamente lo stesso appartamento legati da un rapporto di amore e odio in una quotidianità che fa scintille. Ma arriva il giorno in cui Pietro trova, finalmente, una casa tutta per sé, un appartamento d’epoca, dotato di un fascino molto particolare e Pietro non vede l’ora di cominciare la sua nuova esistenza da uomo libero. La felicità dura solo pochi giorni: presto cominciano ad apparire particolari inquietanti. E’ chiaro che qualcun altro vive insieme a lui. Ma chi? L’appartamento è occupato, ospiti non previsti disturbano la sua tanto desiderata privacy… Sono misteriosi, eccentrici, elegantissimi, perfettamente truccati. Si scatenano mille ipotesi e mille tentativi di sbarazzarsi di queste ingombrati presenze, finché poco a poco lo spavento iniziale lascia il posto alla curiosità, alla seduzione reciproca, ad emozioni comuni che creano un legame profondo tra i coinquilini forzati. Con loro Pietro condivide desideri e segreti, crede in loro e loro credono in lui come nessun altro fuori da quella casa.

Scheda:
Titolo originale: Magnifica presenza
Nazione: Italia
Anno: 2012
Genere: Commedia, Drammtico
Durata: 115'
Regia: Ferzan Ozpetek
Sito ufficiale: www.magnificapresenza.it
Cast: Elio Germano, Margherita Buy, Vittoria Puccini, Beppe Fiorello, Andrea Bosca, Alessandro Roja, Paola Minaccioni, Cem Yilmaz, Ambrogio Maestri, Claudia Potenza, Gea Martire, Monica Nappo, Bianca Nappi, Giorgio Marchesi, Gianluca Gori, Platinette, Massimiliano Gallo, Anna Proclemer
Produzione: Fandango, Faros Film, Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution

Orari:
Sabato 
 28 apr
 21,15
Domenica 
 29 apr
 21,15
Lunedì 
 30 apr
21,15



17 aprile, 2012

I Muppet


Trama:
In vacanza a Los Angeles con i suoi amici Gary (Jason Segel) e Mary (Amy Adams) da Smalltown, Walter, il più grande fan dei Muppet, scopre il malvagio piano del petroliere Tex Richman (Chris Cooper) di radere al suolo il teatro dei Muppet per scavare nel suo sottosuolo e recuperare il petrolio scoperto di recente. Per mettere in piedi il più grande Muppet Telethon di sempre e raccogliere i 10 milioni di dollari necessari per salvare il teatro, Walter, Mary e Gary aiutano Kermit a riunire i Muppet, che hanno intrapreso strade diverse: Fozzie ora si esibisce a Reno in una band tributo chiamata Moopets, Miss Piggy è una redattrice di moda di Vogue Parigi, Animal è a Santa Monica in una clinica per manager infuriati e Gonzo è un potente magnate di impianti idraulici.

Scheda:

Titolo originale: The Muppets
Nazione: U.S.A.
Anno: 2011
Genere: Commedia
Durata: 103'
Regia: James Bobin
Sito ufficiale: http://disney.go.com/muppets
Sito italiano: www.disney.it/muppet/
Cast: Mila Kunis, Emily Blunt, Amy Adams, Zach Galifianakis, Jason Segel, Rashida Jones, Chris Cooper, Selena Gomez, John Krasinski, Neil Patrick Harris, Jack Black, Danny Trejo, Rashida Jones, Katy Perry, Billy Crystal, Ricky Gervais, Chris Cooper
Produzione: Mandeville Films, Muppets Studio, Walt Disney Pictures
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures Italia

Orari:


Domenica 
 22 apr
 17,30




Recensione:
[tratta da http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1727]

Creati da Jim Henson negli anni 50, i Muppets hanno avuto il loro massimo momento di gloria negli anni 70 e 80, quando erano anche abituali le apparizioni di grandi nomi dello spettacolo nei loro show. Ultimamente (anche per la scomparsa del loro creatore), l’astro dei Muppets è andato un po’ offuscandosi, e l’acquisto da parte della Disney si spera possa diventare un motivo di rilancio per una serie originale, divertente e che ha saputo dare vita anche a piccoli capolavori (The Muppets Christmas Carol è di certo una delle più riuscite versioni della fiaba di Dickens in assoluto). E anche il film riesce a giocare sulla crisi dei Muppets: protagonista è Walter, un pupazzo che vive col fratello Gary (Jason Segel). Il suo più grande desiderio è andare a Los Angeles, visitare i Muppets Studios e poter lavorare lì. Quando finalmente Gary con la fidanzata Mary (Amy Adams) accompagnano Walter, la delusione è cocente: gli Studios sono praticamente abbandonati e i Muppets si sono sciolti. Grazie all’insistenza di Walter, Kermit la rana, capocomico della compagnia, decide di andare a cercare tutti i vecchi compagni d’avventura per rimettere in piedi lo spettacolo e ricomprarsi gli Studios prima che vengano venduti a un avido speculatore (un crudele Chris Cooper). Vi sembra di aver già sentito questa trama? Certo. È The Blues Brothers. E quando il gruppo cerca di convincere Miss Piggy, che nel frattempo è diventata direttrice di “Vogue”, è Il diavolo veste Prada sputato. Il bello dei Muppets è anche questo: a vedere Miss Piggy che si atteggia esattamente come Meryl Streep/Anna Wintour ma in guisa di maiale di peluche è difficile non ridere, proprio come vedere i battibecchi tra Kermit e Jack Black (altro ospite) o Zack Galifianakis che fa l’homeless che si piazza nel teatro. Perché in fondo le cose che rendono maggiormente negli spettacoli di questi pupazzi di stoffa, al di là delle loro buffe espressioni, sono proprio le contaminazioni con i personaggi dello spettacolo in carne e ossa, le canzoni eseguite insieme, i balletti ridicoli con Amy Adams che rifà se stessa in Come d’incanto, ma prendendosi in giro, le facce compunte degli attori che recitano come se fosse un film d’autore. In un momento nel quale tutto sembra ormai dato in appalto alla tecnologia, ai programmi computerizzati, all’animazione 3D, fa piacere vedere come dei pupazzi di stoffa dai colori sgargianti e sapientemente manovrati riescano senza sforzo a “tenere” un musical riuscendo a far ridere spontaneamente un pubblico di grandi e bambini. Lunga vita ai Muppets!

Beppe Musicco





10 aprile, 2012

Quasi amici - Intouchables


Trama:
Dopo un incidente di parapendio che lo ha reso paraplegico, il ricco aristocratico Philippe assume Driss, ragazzo di periferia appena uscito dalla prigione - come badante personale... Per dirla senza troppi giri di parole, la persona meno adatta per questo incarico. L'improbabile connubio genera altrettanto improbabili incontri tra Vivaldi e gli Earth, Wind, dizione perfetta e slang di strada, completi eleganti e tute da ginnastica... Due universi opposti entrano in rotta di collisione ma per quanto strano possa sembrare prima dello scontro finale troveranno un punto d'incontro che sfocerà in un'amicizia folle, comica, profonda quanto inaspettata che li renderà... Intoccabili.


Scheda:

Titolo originale: Intouchables
Nazione: Francia
Anno: 2011
Genere: Commedia
Durata: 111'
Regia: Olivier Nakache, Éric Toledano
Sito ufficiale:
Sito italiano: http://it.cinema.yahoo.com/...
Cast: François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny, Audrey Fleurot, Clotilde Mollet, Alba Gaïa Kraghede Bellugi, Cyril Mendy, Christian Ameri, Grégoire Oestermann
Produzione: Quad Productions
Distribuzione: Medusa

Orari:
Sabato 
 14 apr
 21,15
Domenica 
 15 apr
 17,30 - 21,15
Lunedì 
 16 apr
 no



Recensione
[tratta da http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1746]

Bella commedia drammatica sull'amicizia e la diversità dove l'infermità, gravissima e mortificante, che costringe il protagonista Philippe sulla sedia a rotelle, è affrontata con grande realismo e senza pietismi. È quello che chiede proprio il protagonista (il bravo François Cluzet) nella prime sequenze illuminanti del film. Una lunga fila di persone attendono alla porta dell'uomo ricchissimo, costretto da anni a vivere nella sua villa padronale, isolato dal mondo, come in una prigione dorata. Attendono il colloquio per farsi assumere come badante e nella sala d'aspetto ci sono le persone più disparate. Chi è arrivato lì solo per soldi, chi spinto da motivazioni e ideali, chi ha un grosso curriculum quanto a badante, chi ha in tasca lauree e corsi di perfezionamento per la cura della persona (ma zero esperienza). Nessuno centra il punto, e infatti vengono messi subito alla porta. Quello che cerca Philippe è una persona che non lo guardi dall'alto in basso, che non lo tratti da disabile. Quello che cerca questo uomo tanto ricco quanto solo è – lo scoprirà nel tempo – la compagnia di un amico. Che si presenterà con le fattezze meno probabili, quelle di un ragazzo nero, spiantato, della periferia parigina dove vive una situazione familiare assai precaria: è Driss e quello che cerca non è nemmeno un lavoro, ma solo la copertura per l’ufficio disoccupazione di averci provato a trovarlo; tanto per ricevere il sussidio.
È questo il cuore del film: prendersi cura dell'altro con tutto se stesso, comprese le proprie fragilità personali e i propri coni d'ombra non guarirà una persona da una malattia da cui non si può guarire, ma potrà curare la persona, infonderle la speranza, darle una prospettiva di vita vera. Quasi amici (il titolo italiano stempera un'amicizia calda e inaspettata che percorre tutto il film) è un film di una semplicità disarmante: un pugno di attori, una fortissima connotazione della parola malattia che diventa anche metafora di altro (la solitudine, innanzitutto), poche ma significative svolte tra cui quella del commovente finale. Sempre in bilico tra dramma cupo, con la cronaca assai realistica della condizione dell'infermo, prigioniero psicologicamente di una montagna di ricordi e oppresso da dolori sordi, i dolori "fantasma" che non dovrebbe sentire eppure sente eccome, e il tono leggero e a tratti svagato della commedia (con momenti di comicità esilarante, grazie alla spregiudicatezza “scorretta” di comportamento del giovane: una su tutte la scena all’opera), il film dei registi Olivier Nakache ed Eric Toledano è sostenuto da una bella sceneggiatura sempre firmata da loro, che riesce a rendere credibili i due mondi – povero e vitale, ricchissimo e nostalgico – che si incontrano e si scontrano come nella sequenza breve e sintetica incentrata sui gusti musicali dei due. Di più, al netto di alcune banalità che fanno tanto colore ma dicono poco della vicenda e dei personaggi (l'assistente di Philippe), la scrittura punta più che sulla descrizione di una condizione difficile, sulla prospettiva di un percorso insieme. Significativo da questo punto di vista lo spazio d'azione in cui si muovono i due protagonisti: dapprima chiusi nella stanza di Philippe, poi impegnati in piccole fughe più o meno spericolate, quindi davvero compagni per vivere una vita piena come mostra con chiarezza il finale. Il film sa toccare le corde giuste evitando il cliché sentimentale come era capitato invece a film simili come lo statunitense Non è mai troppo tardi, sacrificando qualche personaggio di contorno (la figlia e gli amici di Philippe, la famiglia di Driss) per insistere tantissimo su due parole guida, che non sono la malattia e il dolore ma i bisogni esistenziali e un'amicizia che decolla proprio a partire dalla condivisione di questi. E non è un caso che pure Driss porti in sé ferite legate alla sua famiglia di origine, a quella attuale, alle problematiche relative alla sua situazione lavorativa. Ferite profonde e non così diverse da quelle di Philippe, come se, in fondo in fondo, fossero diversamente abili ma ugualmente tesi a trovare una felicità possibile e reale, qui sulla Terra, pur in una condizione così dolorosa.

Simone Fortunato



27 marzo, 2012

The Iron lady

Trama:
Margaret Thatcher, ex Primo Ministro britannico, ormai ottantenne, fa colazione nella sua casa in Chester Square, a Londra. Malgrado suo marito Denis sia morto da diversi anni, la decisione di sgombrare finalmente il suo guardaroba risveglia in lei un'enorme ondata di ricordi. Al punto che, proprio mentre si accinge a dare inizio alla sua giornata, Denis le appare, vero come quando era in vita: leale, amorevole e dispettoso. Lo staff di Margaret manifesta preoccupazione a sua figlia, Carol Thatcher, per l'apparente confusione tra passato e presente dell'anziana donna. Preoccupazione che non fa che aumentare quando, durante la cena che ha organizzato quella sera, Margaret intrattiene i suoi ospiti incantandoli come sempre, ma a un bel momento si distrae rievocando la cena durante la quale conobbe Denis 60 anni prima. Alla fine della serata, Margaret si ritira nella sua stanza, ma non riesce a prendere sonno. Si alza dal letto e si mette a guardare alcuni vecchi filmini di famiglia, riflettendo sui sacrifici che ha dovuto compiere nella vita privata per perseguire la carriera politica. Il giorno dopo, Carol convince sua madre a farsi vedere da un dottore. Margaret sostiene di stare benissimo e non rivela al medico che i vividi ricordi dei momenti salienti della sua vita stanno invadendo le sue giornate nelle ore di veglia. Di ritorno a Chester Square, Margaret lotta contro l'incessante rievocazione del passato. Impacchetta gli effetti personali di Denis e ribadisce la sua autonomia: certo, i ricordi l'accompagneranno sempre, ma ha anche la sua vita nel presente, meno ricca rispetto a prima, ma non meno degna di essere vissuta. 

Scheda:
Titolo originale: The Iron Lady
Nazione: Gran Bretagna
Anno: 2011
Genere: Drammatico, Biografico
Durata: 104'
Regia: Phyllida Lloyd
Sito ufficiale: www.theironladymovie.co.uk
Cast: Meryl Streep, Jim Broadbent, Anthony Head, Richard E. Grant, Roger Allam, Olivia Colman, Nick Dunning, Julian Wadham
Produzione: Film4, Pathé, UK Film Council
Distribuzione: Bim Distribuzione

Orari:
Sabato 
 31 mar
 21,15
Domenica 
 01 apr
 17,30 - 21,15
Lunedì 
 02 apr
 no


Recensione
[tratta da http://www.sentieridelcinema.it]

È una donna anziana qualunque, quella che la mattina entra in un negozio per comprare il latte, stupendosi di quanto sia salito il prezzo. Ma è al suo ritorno a casa, con lo scompiglio che ne segue tra assistenti e militari che non si sono accorti della passeggiata, che la signora si rivela per quello che è: Margaret Thatcher, protagonista della scena politica degli anni '80; la donna che ha rivoluzionato la Gran Bretagna, riuscendo a essere rieletta per ben tre volte (nonostante l’opposizione più feroce della storia moderna del paese), ora è una persona che fatica a essere presente a se stessa e che alterna momenti di feroce lucidità ad altri in cui immagina di parlare con Denis (Jim Broadbent), il marito ormai deceduto da anni. 
Argomento non facile, quello del film diretto da Phyllida Lloyd (già regista del film musicale Mamma mia!): parlare di fatti e persone ancora vicinissimi a noi, che hanno compiuto gesti le cui conseguenze sono ancora determinanti nella politica contemporanea, specie se, come nel caso del film, la protagonista è ancora vivente, anche se da tempo ritirata discretamente a vita privata. Riuscire a muoversi sul crinale della storia, senza cadere nell’invettiva o (ancor peggio) nell’agiografia non è facile. In questo caso bisogna dire che tutto il merito va a Meryl Streep. L’attrice, pur essendo americana, non solo padroneggia perfettamente toni e inflessioni di una donna inglese, ma “entra” sorprendentemente nella parte, con una trasformazione somatica impressionante (onore ai responsabili del make-up: in altri film, come il recente J. Edgar di Eastwood, il risultato non è stato altrettanto felice). Il film abbraccia tutta la carriera dell’ex primadonna della politica del Regno Unito, dalla partecipazione giovanile ai comizi del padre sindaco, alla decisione di candidarsi (perdendo) e poi di ripresentarsi alla Camera dei Comuni per il Partito Conservatore; all’incontro con un giovane e spiritoso Denis Thatcher, che ben sapeva di sposare una donna che avrebbe sacrificato tutto (a partire dall’affetto per i figli) alla sua volontà di dedicarsi alla politica (bravi anche Alexandra Roach e Harry Lloyd, che interpretano la coppia in gioventù). Sul resto, fatto salvo quanto già detto sugli interpreti, il film risulta un po’ monocorde: tutti i caratteri appaiono poco più che figuranti, schiacciati come sono dalla presenza della Streep/Thatcher, che si muove come un panzer per tutta la durata del film senza dare molte possibilità interlocutorie a chi le sta intorno. Forse le scene più interessanti sono proprio quelle che si svolgono nel Parlamento, dove lo scontro dialettico mostra anche gli avversari laburisti, prima convinti di poter agevolmente sovrastare una donna dai toni un po’ queruli; poi sovrastati a loro volta dalla determinazione e dalla pervicacia di quella che era definita dai suoi stessi colleghi di partito “la figlia del droghiere”.

Beppe Musicco



20 marzo, 2012

Posti in piedi in paradiso


Trama:
Ulisse (Carlo Verdone), Fulvio (Pierfrancesco Favino) e Domenico (Marco Giallini) sono tre padri separati costretti a versare quasi tutto quello che guadagnano in alimenti e spese di mantenimento per ex mogli e figli. Un tempo stimati professionisti, tutti e tre vivono ora in grandi difficoltà economiche e si ritrovano a sbarcare il lunario come possono. Ulisse, un ex discografico di successo, vive nel retro del suo negozio di vinili e arrotonda le scarse entrate vendendo "memorabilia" su e-bay. Ha una figlia, Agnese (Maria Luisa De Crescenzo), che vive a Parigi con la madre Claire (Diane Fleri), un’ex cantante. Fulvio, ex critico cinematografico, scrive di gossip e vive presso un convitto di religiose. Anche lui ha una bambina, di tre anni, che non vede quasi mai a causa del pessimo rapporto con l’ex moglie Lorenza (Nicoletta Romanoff). Domenico, in passato ricco imprenditore, è oggi un agente immobiliare che dorme sulla barca di un amico e, per mantenere ben due famiglie, fa il gigolo con le signore di una certa età. Ha un rapporto conflittuale con i due figli più grandi ed è perennemente in ritardo con gli alimenti da versare alla sua ex moglie e all’ex amante Marisa (Valentina D’Agostino), da cui ha avuto un’altra figlia. Dopo un incontro casuale, durante la ricerca di una casa in affitto, Domenico realizza di avere incontrato due poveracci come lui e propone ad Ulisse e Fulvio di andare a vivere insieme per dividere le spese di un appartamento. Inizia così la loro convivenza e la loro amicizia. Una sera, dopo uno dei suoi "tour de force" amatori, Domenico si sente male. Preoccupati, Ulisse e Fulvio chiamano il pronto intervento. Arriva Gloria (Micaela Ramazzotti), una cardiologa che, mollata su due piedi poco prima dal fidanzato, si presenta ai tre in uno stato pietoso. Tra lei ed Ulisse nasce fin da subito una particolare sintonia. Insomma un incontro perfetto tra due disastri nelle relazioni sentimentali. Anche Fulvio ha un incontro folgorante, con Gaia (Nadir Caselli), una starlette tanto bella ed attraente quanto superficiale ed arrivista. Purtroppo la situazione economica dei tre amici peggiora sempre di più! Dopo una serie di avventure tragicomiche, per i tre uomini giunge il momento di fare i conti con le proprie responsabilità. In loro aiuto arriveranno i figli. Nonostante il trauma della lontananza dai rispettivi padri e un rapporto spesso tormentato, saranno loro la chiave di volta che consentirà a Ulisse, Fulvio e Domenico di riprendere in mano la propria vita e di intravedere finalmente uno spiraglio di "Paradiso"…

Scheda:

Titolo originale: Posti in piedi in paradiso
Nazione: Italia
Anno: 2012
Genere: Commedia
Durata: 119'
Regia: Carlo Verdone
Sito ufficiale: www.postinpiediinparadiso.it
Cast: Carlo Verdone, Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Micaela Ramazzotti, Nicoletta Romanoff, Nadir Caselli, Diane Fleri
Produzione: Filmauro
Distribuzione: Filmauro

Orari:

Sabato 
 24 mar
 21,15
Domenica 
 25 mar
 17,30 - 21,15
Lunedì 
 26 mar
 21,15




Recensione
[tratta da http://www.loccidentale.it/node/114088]

Carlo Verdone dopo alti e bassi, successi e appannamenti, torna a girare una commedia davvero eccellente. “Posti in piedi in paradiso” ci libera al contempo da giovanilismi, derivazioni televisive, scelleratezze e sconcezze, meridionalismi e settentrionalismi. Protagonisti del film sono tre sciagurati, affannati da esistenze sbagliate di lavoratori, mariti e padri di famiglia. I tre, date le ristrettezze, si trovano costretti a condividere un appartamento malmesso a Roma. Non sono più ragazzi.
Il primo, Ulisse (Carlo Verdone), faceva il produttore discografico; ora sbarca il lunario vendendo dischi in vinile, con una moglie e una figlia quasi diciottenne, che vivono a Parigi. Il secondo, Fulvio (Pierfrancesco Favino), era un promettente critico cinematografico; ora si deve accontentare di scribacchiare di cronaca rosa e “gossip”, rimpiangendo la moglie a la piccola figlia, lasciate a causa di un tradimento con la moglie del capo-redattore, che gli è costato anche il declassamento lavorativo. Il terzo, Domenico (Marco Giallini), era un imprenditore; ora gestisce malamente un’agenzia immobiliare, ha due figli grandi (uno perfetto, bravo ragazzo e brillante laureando; l’altra un disastro di volgarità e immaturità) e una piccola (avuta con un’altra donna).
Tre uomini molto diversi, costretti a condividere il tetto per risparmiare, legati da infelicità, debolezze e rimpianti. La commedia aveva bisogno di addolcirsi con la presenza femminile. Le debolezze del cuore di Domenico la fanno entrare in scena. Al suo capezzale accorre Gloria (Micaela Ramazzotti), cardiologa carina quanto svampita, appena abbandonata dal più maturo fidanzato e in preda ad una crisi di nervi. Adesso il quadro è completo. Resta comunque l’esistenza dei tre giovani-vecchi, assai dura, tra conti da pagare, alimenti famigliari da onorare, ristrettezze economiche da nascondere.
Ogni giorno è un vortice di peripezie, bugie, promesse, astuzie e meschinità. I tre hanno perso, per motivi assai diversi, mogli, figli, famiglie. Una condizione esistenziale sin troppo comune nella vita moderna. Ulisse, pignolo e rompiscatole, è stato vittima degli eventi per troppo amore; Fulvio, faccia pulita dietro la quale si nasconde ben altro, è stato davvero sfortunato; Domenico, un cialtrone a tutto tondo, è privo di giustificazioni.
Verdone guarda con estrema bontà a questi tre padri, mariti, professionisti  disgraziati, partiti con grandi speranze e trovatisi a dover gestire problemi più grandi di loro. Li ritrae con simpatia, benevolenza e umorismo. I meccanismi della commedia sono perfetti. Si ride dalla prima all’ultima inquadratura, con un paio di momenti esilaranti. La trivialità e gli ammiccamenti sessuali sono banditi, così com’era abitudine nella migliore commedia italiana.
Sulle prime “Posti in piedi in paradiso” potrebbe apparire un film sulla crisi economica. In realtà è un film sulla crisi di sentimenti e di valori. Crisi contrastata da Verdone con un finale che, oltre a rappresentare un evidente elogio dell’amicizia e della solidarietà, è un invito al perdono e alla riconciliazione tra padri e figli. A molti commentatori questo finale è apparso posticcio: un messaggio consolatorio e furbesco per assolvere i padri dalle loro colpe e mondarli di ogni peccato. Invece non lo è.
Il percorso di Verdone nella commedia italiana, ormai della durata trentennale (ha esordito nella regia nel 1980 con “Un sacco bello”), ha lambito sempre l’apologo etico, talvolta sfiorandolo, talvolta fallendo il bersaglio. “Posti in piedi in paradiso” è un tentativo di meditazione, divertente e leggera, attorno alla tematica del perdono e della riconciliazione, in senso cristiano, oltreché di comprensione dei limiti della persona umana e di accettazione della vita. Accettazione della vita nonostante crisi economiche e barriere culturali. Vale più l’arrivo di una nuova vita o un prezioso cinturone appartenuto a Jim Morrison? La risposta sta nel finale.        

di Claudio Siniscalchi



13 marzo, 2012

Paradiso amaro


Trama:
Quando sua moglie entra in coma in seguito ad un incidente in barca al largo di Waikiki, Matt King (George Clooney), padre di due figlie, dovrà riesaminare il proprio passato e affrontare gli imprevisti del futuro. Rimasto solo, cercherà di ricucire il rapporto con le figlie, la matura Scottie (Amara Miller) di 10 anni e la ribelle Alexandra (Shailene Woodley) di 17, dovendo allo stesso tempo decidere se vendere o meno la terra di famiglia, una striscia di spiaggia tropicale di inestimabile valore, che la famiglia King ha ereditato dai reali hawaiani e dai missionari.
Quando Alexandra rivela al padre che la madre, al momento dell'incidente, si trovava con il suo amante, Matt inizia a riflettere sulla sua vita e capisce che deve darle una svolta. Insieme alle due figlie intraprende un viaggio avventuroso alla ricerca dell'amante della moglie, durante il quale inizierà a ricostruire la sua vita e la sua famiglia.

Scheda:

Titolo originale: The Descendants
Nazione: U.S.A.
Anno: 2011
Genere: Commedia, Drammatico
Durata: 110'
Regia: Alexander Payne
Sito ufficiale: www.foxsearchlight.com/thedescendants
Cast: George Clooney, Shailene Woodley, Amara Miller, Nick Krause, Patricia Hastie, Grace A. Cruz, Kim Gennaula, Karen Kuioka Hironaga, Carmen Kaichi, Kaui Hart Hemmings, Beau Bridges, Matt Corboy
Produzione: Ad Hominem Enterprises
Distribuzione: Twentieth Century Fox


Orari:

Sabato 
 17 mar
 21,15
Domenica 
 18 mar
 17,30 - 21,15
Lunedì 
 19 mar
 21,15



Recensione
[tratta da http://www.sentieridelcinema.it]

Elizabeth è una donna solare, bella, dinamica, che fa sci nautico. O meglio, lo era. Quelle poche immagini che vediamo di lei precedono l’incidente che la riduce in coma, attaccata a macchine che la mantengono in vita (e c’è di mezzo anche un testamento biologico da lei sottoscritto a suo tempo). Di fronte a lei, al suo capezzale, fa i conti con la loro unione il marito Matt King, ricco avvocato troppo dedito al lavoro con notevoli possedimenti alle Hawaii di cui la famiglia da secoli si tramanda la proprietà. I due non si parlavano più, prima dell’incidente: ma che cosa ha portato a questa situazione? E ora, quest’uomo di mezza età che pian piano scopre segreti che svelano squarci imprevedibili e non immaginati prima, come può affrontare la nuova situazione, che lo vede padre di due figlie (una bambina di 10 anni e un’adolescente ribelle e già fuori casa, al college) con cui lui non si è mai coinvolto troppo, concependosi come un pavido genitore “di riserva“? Con loro, che ora per la prima volta poggiano completamente su di lui, dovrà ripartire ricostruendo dalle macerie una famiglia.
Nonostante alcune sottolineature ironiche e a tratti perfino comiche, è un film dolente e profondo Paradiso amaro, titolo italiano che si riferisce a quel paradiso per turisti che dovrebbe diventare l’enorme proprietà – parte dell’isola di Kauai, nell’arcipelago delle Hawaii – di cui Matt e la variegata tribù dei suoi parenti vorrebbero disfarsi per far soldi facili (mentre il titolo originario The Descendants, più bello, richiama le origini secolari della loro famiglia di origini principesche). Ma è un paradiso per modo di dire, rappresentato in modo crepuscolare e “grigio” come in fondo lo è il protagonista. Nella sua opera più matura Alexander Payne, campione del cinema americano “indipendente”, conferma di guardare più ai modelli europei che a quelli hollywoodiani, con le sue storie di perdenti o uomini in crisi e senza certezze (A proposito di Schmidt con Jack Nicholson, Sideways con Paul Giamatti) costretti dalla vita a reagire alle avversità e prima ancora alla propria inadeguatezza. Matt, interpretato da un George Clooney più goffo che affascinante in uno dei suoi ruoli migliori (che gli è valso un Golden Globe e la candidatura agli Oscar), è un uomo sul punto di perdersi ma che al termine di un percorso doloroso – con tanto di viaggio rivelatore, come da topos cinematografico – che rischia di vederlo soccombere si ritrova ferito ma non distrutto, ricostruito dal rapporto con due figlie che quasi non sapeva di avere. E anche dalla scoperta del valore delle proprie scelte: la scelta tra una comoda e pigra ricchezza e un’eredità da preservare, tra il vittimismo e l’ammissione dei propri errori. Soprattutto, tra l’odio e il perdono: una scelta che può permettere di riemergere e
non veder svanire l’amore per la propria donna, in un finale che non può non commuovere e che arricchisce un film di rara sensibilità.

Antonio Autieri





06 marzo, 2012

Hugo Cabret


Trama:
Hugo Cabret racconta l'avventura di un ragazzino dalle mille risorse, il cui tentativo di scoprire un segreto che riguarda suo padre produrrà una profonda trasformazione in lui e nelle persone che lo circondano, conducendolo in un luogo caldo e sicuro che potrà finalmente chiamare "casa". Hugo Cabret è la storia di un ragazzino orfano che vive in una stazione ferroviaria parigina negli anni '30. Dopo essersi imbattuto in un macchinario da ricostruire, Hugo entrerà in contatto con un misterioso gestore di un negozio di giocattoli, finendo risucchiato in una magica avventura.

Scheda:

Titolo originale: Hugo Cabret
Nazione: U.S.A.
Anno: 2011
Genere: Fantastico, Avventura
Durata: 126'
Regia: Martin Scorsese
Sito ufficiale: www.hugomovie.com
Cast: Chloe Moretz, Jude Law, Ben Kingsley, Emily Mortimer, Sacha Baron Cohen, Michael Pitt, Christopher Lee, Ray Winstone, Michael Stuhlbarg, Helen McCrory, Asa Butterfield
Produzione: GK Films, Infinitum Nihil
Distribuzione: 01 Distribution

Orari:
Sabato 
 10 mar
 21,15
Domenica 
 11 mar
 17,30 - 21,15
Lunedì 
 12 mar
 21,15

Recensione
[tratta da http://www.sentieridelcinema.it]

Non sembri bizzarro, a chi conosce la filmografia di Martin Scorsese, che il regista di Taxi Driver e Toro Scatenato abbia girato un film (all’apparenza) per bambini. Hugo Cabret è molto di più e al tempo stesso è il meraviglioso tributo - creato con tutti i ferri del mestiere a propria disposizione - dell’affetto che un artista può mostrare per un maestro. Scorsese prende la storia di un orfanello che vive nascosto in una stazione ferroviaria della Parigi degli anni 30 e riesce a ricreare l’atmosfera del tempo, il fascino (esplicito e misterioso al tempo stesso) che hanno tutte le stazioni del mondo; ma anche il senso dell’avventura, l’amicizia, la struggente nostalgia di un bambino che ha perso i genitori e – last but not least – l’incredibile presa che il cinema dimostra da sempre di avere sulle persone di tutte le età. Senza disdegnare il 3D, Scorsese dimostra a settant’anni che si può essere curiosi e audaci, rimettendosi in discussione e accettando (vincendo) la sfida della tecnologia; la tridimensionalità del film (fatto salvo il calo di luminosità che gli occhiali causano) è delicata e per niente fastidiosa, acuendo la spazialità dei grandi spazi della Gare Montparnasse e tramutando i meccanismi degli orologi in un organismo che vive tanto quanto gli uomini che se ne prendono cura. Perché il piccolo Hugo è questo che fa, di nascosto da tutti, e specialmente dagli occhi del commissario della stazione che lo spedirebbe subito in un orfanotrofio: da solo si occupa della carica e della cura di tutti gli orologi di una grande stazione. Rimasto orfano del padre orologiaio e restauratore, abbandonato dallo zio ubriacone che aveva in cura gli orologi, Hugo continua pazientemente a fare il mestiere dello zio, ma al tempo stesso cerca di finire il lavoro del padre: rimettere in funzione un misterioso automa trovato in una soffitta di un museo. L’automa stringe una penna in mano: cosa traccerà sul foglio il suo pennino? Ma per aggiustare la macchina - perché una macchina rotta ha perso il suo sens; e Hugo si sente rotto anche lui e vuole scoprire qual è il suo scopo - il bambino ha bisogno dell’aiuto del proprietario di un negozietto di giocattoli meccanici all’interno della stazione. L’uomo è burbero e scontroso, ma con lui c’è una bambina sorridente; potrà lei aiutare Hugo? Chi sia quell’uomo e quanto sia legato a Hugo (e a tutti noi amanti del cinema), Scorsese ce lo mostra con immagini e trucchi che ancora adesso fanno rimanere a bocca aperta: quell’uomo è George Méliès, il primo ad aver capito che quello che i fratelli Lumiére consideravano poco più che un passatempo offriva potenzialità praticamente infinite a chi avesse avuto idee e storie da raccontare. Scorsese, che ha il culto dei vecchi film al punto di aver creato una fondazione per il restauro delle vecchie pellicole, mostra allo spettatore del 2012 (e con la tecnologia del 2012) che ci si può far affascinare anche da fondali di cartone e sbuffi di fumo. E se appare da subito come perfetta l’accoppiata dei due giovani Asa Butterfield e Chloe Moretz, e la scelta di Ben Kingsley per il ruolo di Méliès, si rimane piacevolmente stupiti nello scoprire che Sacha Baron Coen sa misurarsi con un ruolo apparentemente da cattivo (l’ispettore ferroviario) ma che nasconde aspetti dolorosi e profondi. Al di là delle undici nomination agli Oscar 2012, Hugo Cabret è destinato a diventare una pietra di paragone: una qualità che ritroviamo spesso nei film di Martin Scorsese, un regista che ha saputo mantenere gli occhi spalancati dell’infanzia.

Beppe Musicco


28 febbraio, 2012

Mission: Impossible - Protocollo Fantasma


Trama:
Dopo che un attentato terroristico ha distrutto il Cremlino, il governo degli Stati Uniti attiva il "Protocollo fantasma" e l'intera Impossibile Mission Force (IMF) viene accusata dell'attacco. Lasciato senza risorse e sostegno, Ethan Hunt e la sua squadra fuggono, per operare al di fuori della loro agenzia e riscattarla, ed allo stesso tempo sventare un altro attacco nucleare. A complicare ulteriormente la situazione, Ethan è costretto ad intraprendere questa missione col supporto di una squadra di fuggitivi della IMF dei quali non conosce le motivazioni personali...

Scheda:
Titolo originale: Mission: Impossible - Ghost Protocol
Nazione: U.S.A.
Anno: 2011
Genere: Azione, Thriller
Durata: 132'
Regia: Brad Bird
Sito ufficiale: www.missionimpossible.com
Sito italiano: it.missionimpossible.com
Social network: facebook, twitter, youtube
Cast: Tom Cruise, Jeremy Renner, Simon Pegg, Paula Patton, Léa Seydoux, Josh Holloway, Ving Rhames, Tom Wilkinson, Michael Nyqvist, Anil Kapoor
Produzione: Bad Robot, FilmWorks, Paramount Pictures, Skydance Productions, Stillking Films
Distribuzione: Universal Pictures Italia

Orari:
Sabato 
 03 mar
 no
Domenica 
 04 mar
 17,30 - 21,15
Lunedì 
 05 mar
 21,15
Recensione:
[tratta da http://www.sentieridelcinema.it]

Quarto episodio della saga di Ethan Hunt, questa volta per la regia di Brad Bird, che finora è famoso per aver diretto alcuni dei più bei successi della Pixar come Gli incredibili e Ratatouille e aver fatto parte del team creativo di Up e Toy Story 3; a dimostrazione che quando si tratta di film dai grandi effetti speciali, l’esperienza maturata nel settore CGI (computer generated imagery) può rivelarsi molto utile. Parliamo di effetti speciali, perché di certo Protocollo Fantasma è uno dei film più spettacolari degli ultimi anni, da questo punto di vista: illusioni ottiche create ad arte per ingannare i guardiani del Cremino, un duello in un parcheggio sopraelevato, sparatorie subacquee, ma soprattutto le scene girate a Dubai nel Burj Kalifa, il più alto grattacielo del mondo. Tom Cruise ha dichiarato di non aver voluto stuntman che prendessero il suo posto, e noi non sappiamo quanto delle scene girate a strapiombo sul grattacielo sia vero e quanto ricreato. Di certo il realismo e l’impatto su chi guarda il film (specialmente chi ha la fortuna di poterlo vedere nella versione IMAX) sono roba da mettere i brividi a chiunque, e sembra veramente anche allo spettatore di essere lì ad arrampicarsi sugli specchi a quasi mille metri di altezza in questo precipizio artificiale. La “missione impossibile” vede i nostri eroi impegnati a contrastare il piano originato dalla mente malata di Hendricks, uno scienziato pazzo che fa saltare il Cremlino per iniziare una guerra atomica mondiale, sterminare gran parte della razza umana e così porre le basi per un nuovo inizio sul pianeta. Dato che anche il Segretario di Stato americano è stato ucciso in un attentato, a Hunt e alla sua squadra non rimane alcuna protezione per cercare di sviare Hendricks dai suoi propositi; dovranno cercare di cavarsela da soli. Oltre ad Hunt ci sono Benji (Simon Pegg), uno di quegli esperti in grado di entrare in un palazzo e in cinque minuti, pigiando i tasti del proprio portatile, prendere il controllo di qualsiasi impianto, dall’ascensore ai semafori di mezza città; Jane (Paula Patton), una donna affascinante che in ogni momento sa prendere la decisione giusta (e all’occorrenza rafforzarla con qualche colpo ben assestato), e infine Brandt (Jeremy Renner), un misterioso analista che sembra avere un ruolo secondario nelle attività della squadra, ma si scoprirà molto più coinvolto di quanto sembri. Nonostante le quasi due ore e un quarto di durata, il film è un continuo susseguirsi di scene visivamente impressionanti e di grande tensione (alle quali si aggiunge una sottile e gradevole vena ironica), che obbligano a rimanere con gli occhi incollati allo schermo. Per poi uscire certi che Tom Cruise sia riuscito ad azzeccarla anche questa volta.

Beppe Musicco

22 febbraio, 2012

Viaggio nell'isola misteriosa


Trama:
Il giovane esploratore Sean Anderson intraprende con Hank, il compagno di sua madre, una pericolosa spedizione organizzata per ritrovare suo nonno, scomparso durante l'esplorazione di un'isola sperduta. Ad accompagnarli in questa nuova avventura ci saranno un buffo pilota di elicottero e la sua bella e peperina figlia che gli darà del filo da torcere!

Scheda:
Titolo originale: Journey 2: The Mysterious Island
Nazione: U.S.A.
Anno: 2012
Genere: Azione, Avventura, Fantastico
Durata: 94'
Regia: Brad Peyton
Sito ufficiale: www.themysteriousisland.com
Sito italiano: wwws.warnerbros.it/journeytothecenteroftheearth2
Social network: facebook
Cast: Josh Hutcherson, Dwayne Johnson, Michael Caine, Vanessa Hudgens, Kristin Davis, Luis Guzmán, Anna Colwell, Michael Beasley
Produzione: New Line Cinema, Contrafilm, Walden Media
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Data di uscita: 24 Febbraio 2012 (cinema)

Orari:
Sabato 
 25 feb
 21,15
Domenica 
 26 feb
 17,30 - 21,15
Lunedì 
 27 feb
 21,15